Le confessioni di Ciccio Foggia: “Portici è nel mio cuore, spero di aver lasciato un buon ricordo soprattutto come uomo. Col Cerignola mi fu chiesto di giocare sottotono. Alla prima di campionato voglio esserci anch’io”

Diamoci del Tu, ho solo 33 anni, seh…una volta!”, così esordisce prima di rispondere alle nostre domande. Di chi stiamo parlando? Di uno che anche al pallone dava del tu, che faceva strabuzzare gli occhi a chi stava sugli spalti, che da solo valeva il prezzo del biglietto. Ciccio Foggia veniva definito il “Maradona dei poveri”, la numero 10 c’era, l’altezza lo stesso e anche con la capigliatura non andavamo molto lontani. Immaginiamolo al “San Ciro” con la maglia azzurra del nostro Portici, in quel “mini-San Paolo”, con il sottopassaggio dietro la porta, le due curve e la pista d’atletica, anche noi avevamo il nostro Pibe. Ancora oggi c’è chi è colto da una certa nostalgia rinverdendo quei ricordi, quando si aspettava con ansia la partita del Portici perché c’era un certo Ciccio Foggia a miracol mostrare. Quando si pensa al passato, la mente va a lui, quante volte i tifosi storici avranno detto senza neanche rendersene conto “quelli erano i tempi di Ciccio Foggia”. Non erano i tempi della D o i tempi di una Eccellenza disputata per vincere, no! Quelli erano semplicemente “i tempi di Ciccio Foggia”. La nostra società ci tiene tantissimo a riallacciare i rapporti con la storia, e specialmente con un campione che ne ha fatto parte, uno che adesso verrebbe definito un top player. Il nostro diggì, Maurizio Minichino, ha edificato questo ponte con il passato e a noi tocca attraversarlo e lo facciamo con questa intervista. Per una completezza di informazioni, ci ha aperto le porte anche l’archivio della Federazione Storici e Statistici del calcio italiano di Chyristian Calvelli, grazie al quale abbiamo potuto apprendere altri dati legati a quello che è ancora un totem a Portici. Ebbene, ha fatto le fortune di tanti club campani vincendo diversi campionati, come quello col Valdiano, col Real Aversa, col Giugliano, insomma tutti sono concordi nel ritenere che gli è mancata solo un po’ di fortuna per approdare nei palcoscenici più prestigiosi del calcio italiano.

Prima di tutto cosa ha rappresentato Portici per Ciccio Foggia? “Tantissimo, annate bellissime e indimenticabili, è stata sicuramente una delle piazze in cui ho mantenuto rapporti umani perché penso di aver lasciato, oltre ad un buon ricordo come calciatore, anche qualcosa a livello umano. Un calciatore, per quanto bravo possa essere, prima o poi finisce e viene sostituito da altri, ciò che resta è la persona e i rapporti umani che ha saputo instaurare con la gente. Anche adesso mi sento con diversi porticesi che vivono al Nord e ne sono contentissimo, a Portici ho lasciato una fetta del mio cuore e gli attestati di stima che ancora ricevo mi inorgogliscono. Ripeto, più che come un buon calciatore, mi preme essere ricordato come un grande uomo, la penso così, a me sta più a cuore l’aspetto umano che un ricordo legato ad una giocata o ad un gol”. Gli chiediamo di raccontarci le sue stagioni vissute nella città della Reggia:“Nel ‘90-’91 eravamo in Interregionale, la squadra era buona ma ci salvammo all’ultimo respiro battendo il Brindisi con un mio gol al fotofinish. Ricordo alcuni miei compagni di squadra di assoluto valore come Amore, portiere fortissimo, poi Erbaggio, Guadagno, Riviello, Russiello. Dal punto di vista personale fu un campionato molto prolifico, segnai 25 dei 29 gol totali della squadra, ma se lo feci fu per merito di tutti gli altri. Il calcio è un gioco collettivo, di squadra, anche quelli dotati di maggiore tecnica, e il mio è un discorso generale, hanno bisogno di quelli che vengono definiti “portatori d’acqua” ma che, per gli equilibri, sono sicuramente più importanti di quelli che strappano applausi per gesti tecnici. Dopo sette anni ritornai nel Portici e fu una scelta di cuore dal momento che rinunciai ad un campionato professionistico per scendere in Eccellenza. Arrivai nella finestra invernale, a dicembre, mi chiamò mister Mimì Gargiulo. Furono sei mesi bellissimi, il nostro tridente era formato dal sottoscritto, Carrano e Astarita, lottammo per salire ma non ce la facemmo, chiudemmo terzi alle spalle di Sangiuseppese e Ottaviano che brindarono al salto di categoria”. Un campionato di vertice che non culminò in trionfo, la nostra curiosità è sapere cosa mancò perché l’epilogo potesse essere diverso: “Forse ci mancava ancora qualche tassello per rendere più competitivo il nostro organico, a dicembre arrivai io ma con qualche altro innesto ci saremmo sentiti più completi e avremmo dato sicuramente maggiore filo da torcere a chi ci precedeva in classifica”.

Ci sono partite che entrano negli annali, che conserveranno per sempre un’aura di leggenda. L’ex numero 10 partenopeo ne ricorda una in particolare: “Portici-Cerignola fu una partita memorabile. I nostri avversari si giocavano la vittoria del campionato nella volata con la Juve Stabia di Santosuosso, in tono scherzoso, ricevetti diverse chiamate da amici che mi chiedevano di andarci piano, di trattarli bene, di moderare l’intensità in campo. Morale della favola? Vincemmo una partita e realizzai una doppietta. Diciamo che il Cerignola non vinse il campionato per colpa nostra ma giocammo per vincere, meritammo sul campo e il bello del calcio è anche e soprattutto questo”. Dovevamo prevedere che dal cassetto dei ricordi e degli amori, potesse affiorare una partita che ancora oggi è impressa nella memoria di molti, con quel Ciccio Foggia che ridicolizzò gli avversari. Lottavano per salire di categoria? E che importa? Lui con quei piedi poteva far venire il mal di testa a chiunque, lo sapevano tutti, non fu un caso che tentarono di rabbonirlo con l’ironia perché sapevano che, se voleva, era capace di vincere da solo. E, se vogliamo dirla tutta, anche nell’anno di Eccellenza, quando si affrontò la corazzata Sangiuseppese in casa, Foggia e Carrano stesero la “regina” del girone. Diciamo che ce l’aveva nel dna l’abitudine di giganteggiare contro le grandi, perché sapeva di essere sia un grande che un gigante sul rettangolo di gioco. Intanto prepariamoci ad ascoltare retroscena molto interessanti che lo legano al Portici: “Quando arrivai al “San Ciro” per firmare, avevo la lista con me, era un giovedì e il presidente Cannetiello mi chiese di metterci d’accordo sull’aspetto economico ma non era il mio primo pensiero. Avevo solo tanta voglia di indossare di nuovo la maglia del Portici e rimandammo il discorso alla settimana successiva, il presidente rimase quasi incredulo. Ci sarebbe un altro aneddoto da raccontare ma forse non dovrei farlo: in quella stagione subentrarono anche dei problemi economici in società, al che presi un milione dalle mie tasche e lo divisi tra i ragazzi più giovani. Ero papà e non potevo restare insensibile a quella situazione”.

Per lui l’uomo viene prima di tutto, lo ripeterebbe fino allo sfinimento, l’esempio che si lascia è prioritario su tutto. Ecco perché ci tiene a raccontare un’altra curiosità che l’ha coinvolto lontano da Portici: “Quando ho saputo del fallimento della Battipagliese, altra piazza in cui ho giocato ai tempi della presidenza di Pastena, manifestai la mia delusione attraverso i social e fui contattato da una ragazza che si ricordava di me. Mi meravigliò la cosa e le chiesi quanti anni avesse a quei tempi, mi rispose che ne aveva sei e che si recava al campo accompagnata dallo zio, le domandai subito che ricordo avesse di me non come calciatore ma come uomo, quale fosse il mio comportamento non dentro ma fuori dal campo. Mi commossero le sue parole, ripeto, per me l’educazione viene prima di tutto, anche del talento”. Torniamo al nostro Portici: purtroppo quest’anno non si giocherà al “San Ciro”, in quello stadio in cui ha furoreggiato, straripato, fatto faville. La squadra affidata a mister Borrelli è dotata di grandi qualità, ma non potrà sciorinarle nello stadio di via Farina: “Il “San Ciro” non è un campo ma uno stadio, Portici non è un paese ma una città, questa squadra ha un impianto straordinario un peccato se deve restare chiuso. La struttura è comunale, non so di chi siano le responsabilità di questa situazione che costringe gli azzurri a giocare altrove, ma mi auguro con tutto il cuore che si ritorni a giocare in città, tutto questo non ha senso perché uno stadio così è una fortuna e bisogna sfruttarla”. Il sogno attuale è quello di vedere le gradinate piene quando i giocatori azzurri calcano il rettangolo di gioco, percepire con mano un entusiasmo trascinante, figlio più dell’amore che dei risultati. A proposito, Ciccio Foggia ha giocato a Portici sia in un anno di Interregionale in cui bisognava salvare la categoria e in un altro di Eccellenza con l’ambizione di andare all’assalto dei primi due posti. In quale dei due anni c’era più gente allo stadio? “C’era sempre gente, a Portici eravamo seguiti da un folto pubblico, la piazza sapeva dare tanto in termini di calore umano. Ne approfitto per salutare tutti i tifosi porticesi e li invito ad affollare le gradinate del “Paudice” di San Giorgio, ritengo che sia anche l’unico modo per sensibilizzare chi ha la competenza di far ritornare la squadra nel proprio stadio, solo con un messaggio forte qualcosa si può smuovere”. L’ex fantasista azzurro ha giocato negli anni ’90 nel Portici, neanche tantissimo tempo fa, ma l’impressione è che il calcio abbia subito dei mutamenti rispetto ad allora: “Il calcio è cambiato molto sotto l’aspetto tecnico, prima la regola degli under non esisteva. Non voglio dire che sia una diminutio ma applicata male può creare dei danni perché se dei ragazzini devono essere schierati solo per non venire meno ad una norma, allora si corre il rischio di esporli a brutte figure e di abbassare il livello di qualità in una squadra”. Pur in altri tempi, anche Ciccio Foggia ha giocato in Eccellenza, l’ha fatto con il Portici ma anche altrove, vincendo i campionati, gli chiediamo cosa debba fare la compagine di mister Borrelli per essere protagonista in un girone in cui c’è chi ha costruito organici pazzeschi, come successo anche nell’altro: “Intanto nel calcio non è detto che se allestisci uno squadrone vinci per forza. Certo più ti assicuri giocatori di un certo livello e più hai chance di stare in alto, ma occorrono altre componenti. Il Portici per disputare un campionato deve dimostrare di essere una signora squadra, ma di avere anche convinzione e affiatamento, e mi auguro che riesca a giocare sul proprio campo. Intanto anche se sarà a San Giorgio, alla prima in casa voglio esserci anch’io sugli spalti a tifare Portici”. E questa chiusura sicuramente avrà fatto un immenso piacere ai porticesi, ce ne sono tanti che già da tempo vogliono riabbracciare quello che è stato il loro beniamino. A breve avranno la possibilità di farlo, e chissà che non sia tutto di buon auspicio…

Ufficio Stampa A.S.D. Portici 1906 – Maurizio Longhi

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